PHOENIX – Atari 2600 (1982)

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Il gioco di cui parliamo oggi è una pietra miliare nel campo degli shoot’em up pur senza aver introdotto delle particolari novità, dato che tutte le sue caratteristiche peculiari sono rinvenibili in altri titoli usciti sul mercato poco tempo prima.

PHOENIX nasce nel 1980 in versione Arcade grazie al talento della piccola casa di produzione Amstar con sede proprio nella cittadina di Phoenix in Arizona mentre la conversione per Atari 2600 soltanto due anni più tardi. Il gioco si collega alla lunga serie di shoot’em up a schermata fissa (lo scrolling arriverà qualche anno dopo), nei quali il giocatore comanda una navetta posta a fondo schermo per fronteggiare le orde di nemici/alieni che provengono dall’alto…
Lo schema ricalca, alla sua base, quello visto per la prima volta in Space Invaders e da qui partono le evoluzioni nel gameplay che caratterizzano Phoenix: prima di tutto, gli alieni (una sorta di rapaci di due diverse dimensioni) non si muovono in sincrono ma arrivano in formazione per poi piazzarsi sopra di noi a questo punto si buttano a turno verso la navetta, sparando proiettili!
Oltre a questo, dalla terza ondata in poi gli alieni stessi diventano una composizione di tre parti diverse (una per la testa e due per le ali): colpite la prima e li distruggerete, colpite le altre ed i mostri continueranno a volare, oltretutto riformando la parte mancante o le parti mancanti dopo alcuni istanti.
Una volta superati cinque schemi sulla falsa riga di quanto spiegato prima, ci troviamo al cospetto di una nave madre grossa quasi quanto lo schermo, uno dei primissimi esempi di boss di fine livello.

ARCADE


 

La nave madre ha un unico punto debole, al centro di essa, dove si trova l’alieno che la manovra: per arrivare a quest’ultimo dovrete farvi strada abbattendo la corazza che lo protegge, per poi centrarlo con un unico, preciso colpo: la cosa ricorda la scena finale del primo Star Wars, quella in cui Luke, usando la Forza, centrava senza radar un buco con un missile e distruggeva così la Morte Nera.
Ovviamente la nave si difenderà con alieni e proiettili contro di voi, per cui rimanere sempre nello stesso punto non vi sarà possibile. Infine, la corazza è sempre in movimento circolare, quindi sparare sempre nella stessa zona non vi farà creare in maniera più rapida il buco che vi serve per accedere al cuore del nemico.
Poichè in Phoenix non trovate le fortezze a proteggervi come in Space Invaders, per evitare i colpi nemici ed i nemici stessi (che spesso vi si buttano addosso a mo’ di kamikaze), potrete sfruttare uno scudo di energia che, per un tempo limitato vi renderà invulnerabili ma allo stesso vi impedirà di muovervi. Il problema è che non potete usarlo di continuo, quindi starà a voi capire il momento giusto per attivarlo, senza che esaurisca la sua forza proprio mentre state per essere colpiti.

Phoenix è un gioco piuttosto complesso, per essere della prima generazione di shoot’em up, ed è uno dei primissimi casi in cui è necessaria anche un po’ di tattica bellica per sopravvivere. Le sue principali caratteristiche possono essere rintracciate in altri titoli di quel periodo, usciti subito prima del gioco prodotto da Amstar.

Il boss di fine livello compare per la prima volta nelle sale giochi in Astro Fighter della Data East, uscito nel 1979 (anche se il primo in assoluto è considerato un drago d’oro comparso in un RPG ispirato alla serie Dungeons & Dragons, uscito nel lontano 1974); l’attacco kamikaze dei nemici che si staccano dalla formazione iniziale è tipico del famosissimo Galaxian di Namco, che è anche il primo titolo ad usare i colori in maniera estesa (ricordo che Space Invaders era in tricomia ed Asteroids in bianco e nero); anche ques’ultimo gioco è di poco precedente a Phoenix.

Per essere uno dei più importanti giochi della sua generazione, è sorprendente come Phoenix sia stato convertito solamente per VCS2600. Atari ne deteneva l’esclusiva, questo è vero, ma la cosa non le impediva di pubblicarlo anche per altre piattaforme concorrenti o per gli home computer del periodo, tra i quali proprio quelli di Atari. In realtà la versione casalinga di questo gioco arrivò poco prima della grande crisi del settore, cosa che impedì la pubblicazione di conversioni per altre macchine.
Sappiamo molto bene che non sempre questa console ha offerto conversioni valide, anzi al volte sono state davvero mediocri, come quella di Pac-Man in quanto la poca memoria RAM della macchina non aiutava di certo a ricreare l’aspetto estetico degli originali da sala.
Per fortuna Phoenix appartiene alla categoria delle conversioni ben riuscite: nonostante le ovvie differenze in fatto di grafica, fa piacere constatare come nel gioco sia tutto presente, dai nemici con più parti da colpire al boss di fine livello.

ATARI 2600


 

Il fatto che quanto si vedeva nelle sale giochi e quello che si vedeva a casa fosse identico come gameplay e variasse solo esteticamente potrebbe sembrare scontato ma possiamo ricordarci tutti lo scempio fatto con Zaxxon, la cui conversione per VCS2600 non era nemmeno lontana parente dell’originale oppure il caso di Popeye che, nella versione per la console Atari, non proponeva tutti i livelli presenti nella versione da sala.

Phoenix è un gioco che ha portato molte innovazioni anche se, andando a spulciare, queste si erano viste singolarmente in titoli usciti l’anno precedente. Che si tratti di idee viste altrove e riunite qui o di casi di idee originali avute da più persone ed inserite nel gioco in buona fede poco importa, è il loro mix presente in questo gioco a renderlo particolare e speciale.
E’ anche strano che le sue idee siano sì state sviluppate in altri giochi ma che ci sia stato un solo seguito, Pleiads, prodotto da Centuri (la casa che distribuì negli USA proprio Phoenix).
Probabilmente una delle cause è che, mentre altri arcade come quelli di labirinto, si sono sviluppati molto esteticamente ma hanno lasciato inalterata l’impostazione principale (vedi Gauntlet), gli shoot’em up a schermata fissa sono stati letteralmente spazzati via quando Defender e Xevious hanno proposto un’azione su un’area di gioco ben più estesa, usando lo scrolling orizzontale il primo e verticale il secondo.
Questa novità ha reso i giochi a schermata fissa immediatamente obsoleti anche se oggi li ricordiamo con profondo affetto e rispetto perché rappresentanti di un passo importante nel mondo videoludico.

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Autore: Marco Malpezzi

Tanto tempo fa, un padre decise di regalare al figlio una console prodotta da Inno Hit, con cui giocare a varie versioni di Pong. Non contento di quanto aveva fatto, qualche anno dopo rincarò la dose, regalandogli un fiammante Atari VCS 2600. Fu l’inizio della fine. Da allora è nato un amore per i videogames che ancora oggi, a 43 anni, non si è sopito...

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